L’Università Italiana

Prossima alla laurea mi trovo a fare un bilancio di questi 5 lunghi anni di Università italiana. Sono stati 5 anni intensi, ricchi di soddisfazioni e di qualche cocente delusione, anni che sono sicura ricorderò sempre con un sorriso.

Innanzitutto devo ringraziare l’Università perché mi ha fatto conoscere le persone che oggi sono i pilastri fondamentali della mia vita: le mie amiche e coinquiline. Non ci sono parole adatte a descrivere l’immensità del nostro rapporto, ma mi piace pensare che un’immagine possa farlo. Noi siamo quell’abbraccio che ci siamo date alla fine del nostro ultimo esame: in quell’abbraccio c’era tutto.

Il fatto poi di essere una fuori sede mi ha fatto capire l’importanza della mia famiglia e delle persone che non potevano essere fisicamente con me.

L’Università mi ha anche permesso di fare una delle esperienze più belle della mia vita: l’Erasmus. Proprio in Erasmus mi sono accorta che la mia Università e in generale quella italiana ci aveva preparati molto meglio di qualunque altra europea e io penso anche americana. Il livello di istruzione che riceviamo noi italiani, a partire dal liceo, è infinitamente superiore a tanti altri nostri coetanei e la nostra cultura è un patrimonio ed una risorsa ineguagliata in ogni parte del mondo.

Ma allora perché siamo sempre più cervelli da dare in pasto ad altri Paesi? Perché all’estero veniamo apprezzati e qui no? Perché facciamo così fatica ad emergere? Queste sono alcune delle tante domande che mi sto facendo in questo periodo. Credo però che il problema nasca prima della ricerca del lavoro, proprio nelle Università italiane.

Nonostante io rimanga contentissima della mia scelta e di non essere andata all’estero, credo che ci siano delle problematiche di fondo che non permettono alle nostre Università di funzionare come dovrebbero. Perciò qui di seguito elencherò fatti ed aneddoti a cui ho assistito personalmente o che mi sono stati raccontati da persone la cui sincerità non ho mai messo in dubbio.

Le domande da cui è partito tutto sono state: 1. Chi premia la nostra Università? 2. Come vorrei che fosse l’Università dei miei figli o anche solo dei miei fratelli?

Alla prima domanda, io personalmente, rispondo: ci sono due tipi di persone che escono realmente premiate dalle nostre Università. La prima categoria è quella dei geni. Si tratta di persone naturalmente e magnificamente predisposte alla materia che studiano, persone intelligenti con cui un dialogo è sempre costruttivo ed interessante. Poi magari non sanno neanche fare una pasta, ma il codice civile te lo sanno spiegare con la stessa fatica con cui bevono un bicchiere d’acqua. Davanti a queste persone mi inchino ed hanno tutta la mia stima.

Poi ci sono gli altri: le “macchine”. Qui abbiamo davanti un prodotto fatto e finito delle nostre Università, contenitori vuoti in cui i nostri professori ed i loro libri entrano a valanga per restarci giusto i giorni attorno all’esame e poi lasciare spazio per il prossimo. La “macchina” è letteralmente adorata da qualsiasi professore, che normalmente inorridisce davanti a qualsiasi persona che esprime la propria opinione e chiede soltanto che tu gli ripeta per filo e per segno quello che ti ha chiesto. Ma chissenefrega se in Erasmus hai studiato questa cosa in più o durante lo stage hai partecipato ad un’udienza su quell’argomento. Ti ho chiesto il patteggiamento, dimmi l’articolo (possibilmente a memoria) dimmi cosa dice il libro (possibilmente a memoria) e non dire niente che ti faccia sembrare meno di un numero ai miei occhi. Il messaggio è chiaro: fai la macchina e tutto andrà bene. Perciò ecco uscire dalle nostre Università soldatini perfetti che rispondono a tutti i comandi, ma che se ti capita di passare del tempo con loro ti rendi conto essere dei perfetti incapaci alla vita. Nessun interesse, nessuna esperienza di vita, niente che non uscisse dai comandi per cui l’Università italiana li ha programmati. Ma lo sapete che per entrare nelle migliori università americane bisogna aver fatto esperienze extrascolastiche, quali volontariato, sport, musica ecc..? Lo sapete che il secchione medio italiano, abituato alle quattro mura di casa sua, non avrebbe nessuna speranza di entrare ad Harvard o Oxford proprio perché non ha VISSUTO?

Rispondere alla seconda domanda è sta più doloroso… Perché l’Università italiana che voglio per i miei figli non è l’Università di oggi. Più precisamente vorrei che chi viene dopo di me non debba vedere:

  • professori che non si presentano a lezione o, peggio ancora, agli esami senza addurre scusa alcuna
  • studenti promossi o premiati con voti gonfiati in base al loro cognome o alle loro conoscenze (questa non passa mai di moda)
  • professori e assistenti che trattano gli studenti con sufficienza e arroganza, come se il ruolo che ricoprono gli desse il permesso di trattarci come subumani
  • studenti che pensano ad ogni tipo di stratagemma pur di non fare quello che fanno tutti gli altri: studiare e conseguire la votazione che si meritano. Copiano, cercano di fare pietà ai professori dicendo che stanno male (così perché no si finisce anche prima l’esame), scelgono gli esami a scelta in base al calcolo “fare di meno e avere il voto più alto” senza mettere un briciolo di non dico passione ma almeno interesse in quello che studiano
  • esami orali che cambiano completamente in base al tuo esaminatore. Tre studenti, stessa identica preparazione, uno prende 30 uno 25 uno bocciato. Quest’ultimo, ruolo che mi è capitato, è finito da “quello sbagliato”. Nello specifico si tratta del professore o dell’assistente che dall’alto della sua potenza decide che quel giorno non promuove nessuno perché si è svegliato male o perché vuole crearsi la fama di stronzo e lui non concede la promozione a tutti bisogna guadagnarsela (e con guadagnarsi la promozione rimando a quanto scritto sopra sul personaggio “macchina”), oppure semplicemente perché trae un inspiegabile godimento a bocciarti/darti un voto basso. Un’Università degna di questo nome deve assicurare, nei limiti del possibile chiaro, una valutazione uguale per tutti
  • esami scritti dati al primo appello che devono essere rifatti al secondo perché il professore non ha corretto in tempo i compiti del primo
  • tesi di laurea mandate alle stampe senza che nessuno, nemmeno il relatore, le abbia mai lette
  • esami in cui non mi viene chiesto di formulare un ragionamento, ma semplicemente di elencare nozioni senza porsi minimamente il problema se io le abbia effettivamente capite

 

Tutte queste cose messe insieme creano un clima di generale sfiducia nell’Università, che poi si traduce nella ricerca del lavoro. Se per tutta l’Università vedi passare avanti a te persone non meritevoli perché dovresti pensare che nel mondo del lavoro la cosa sia diversa? Se la gran parte dei nostri politici hanno a mala pena un diploma, a cosa serve che io entri nel mondo dell’istruzione secondaria, quando so che possono bastare le mie conoscenze? Se il Ministro della Salute ha la maturità classica ed io sono qui con una laurea, uno stage e 2 lingue che fatico a trovare un lavoro… allora il merito dov’è?

L’Università dei miei figli deve saperli valutare per quelli che sono: persone vive e pensanti, che prima che studiare devono fare esperienze che li arricchiscano. Non lascerò che diventino macchine da ripetizione perché voglio che qualcuno li giudichi per quello che hanno studiato, ma anche capito e vissuto. Voglio che chi li giudichi sia integro e imparziale e sia costretto ad esserlo. Voglio che l’Erasmus, lo stage, lo scambio interculturale ecc.. siano tutte occasioni per premiare uno studente e non punirlo perché ha perso tempo (che poi non ho mai capito cosa mi sono persa di così importante mentre ero via).

Ma i primi che devono cambiare siamo noi, gli studenti, che da anni viviamo in questi ambienti avvelenati di ingiustizia ma che solo noi possiamo cambiare. Il primo passo è dire: non è giusto, cambiamo.

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