La mia città che oggi fa schifo

Piccola premessa: parlerò di una città magnifica, la mia. Molti di voi la conosceranno già, tanti ci abitano come me. Si tratta di un autentico gioiello italiano, tutto ciò che si può chiedere ad una città: ricca di storia e cultura, vivibile, piccola ma non troppo, dinamica, gioiosa… Ed è per tutti questi motivi che non posso vederla ridotta così.

Facciamo un esempio. Abiti in centro, la parte più bella della città, e ne vai anche fiero. Nonostante l’esperienza però fai un errore: esci in macchina e abbandoni il parcheggio che ti eri faticosamente guadagnato il giorno prima. Torni a casa dopo una giornata sfiancante e sotto casa ti attende il solito delirio per parcheggiare di nuovo la macchina. Un ultimo sguardo al posto perfetto che avevi trovato una settimana fa e comincia la caccia alle luci accese delle macchine (potrebbero essere persone che se ne stanno andando!), ma le uniche luci che vedi sono quelle delle altre anime in pena come te. A questo punto vi chiederete perché un residente non abbia diritto a trovare uno straccio di parcheggio quando torna a casa la sera. Allora ve lo spiegherò in poche parole: abbiamo le righe blu e bianche per i residenti, ma tutti fanno poi quello che vogliono. Cioè se per esempio il venerdì sera ti va di parcheggiare nei posti riservati ai residenti lo puoi fare sicuramente senza conseguenze (a parte occasioni sfortunate in cui i vigili decidano di palesarsi). Ma poi sei proprio un disciplinatone eh se la vuoi mettere a tutti costi nelle righe, guarda che puoi benissimo cioccare la macchina sul marciapiede in bocca ai cancelli o ai portoni dei malaugurati abitanti del centro, che il giorno che per sfizio ci provano loro a farlo non fanno a tempo a scaricare la prima borsa della spesa che hanno già il biglietto bianco che splende sul parabrezza. Che poi puoi anche risparmiarti i 10 metri che separano il marciapiede su cui vuoi parcheggiare e il bar dove vuoi andare e piantare la macchina in strada proprio davanti al bar, così ottieni due impareggiabili vantaggi: 1. far vedere a tutti che macchina hai, 2. sembrare figo agli occhi di chi, invidioso marcio, non ha trovato lui il coraggio di sgommare di fronte al convento delle suore di clausura davanti al Peter Pan.

Non mi faccio scoraggiare ed esco cercando di ignorare questo trionfo di maleducazione, che ormai da anni ha il beneplacito dell’Amministrazione, la quale, se non può essere composta da indovini, se non altro potrebbe essere dotata di qualche esperto di statistica e/o buonsenso e quindi arrivare a capire che anche venerdì prossimo ci saranno  innumerevoli macchine parcheggiate in via Farini per strada o sul marciapiede, per non parlare delle zone limitrofe.

Proseguo quindi il mio giro per il centro di Parma, con lo sguardo fisso per terra non tanto per la sconsolatezza quanto per evitare la serie infinita di pipì e cacche di cani che lorsignori i nostri concittadini amano far fare in strada ai loro innocenti cani. Dopo le macchine comincio a notare i sacchi della spazzatura in bella vista di fianco a tutti i portoni del centro, uno di quei biglietti da visita per i turisti che proprio wow. Sono assolutamente favorevole alla raccolta differenziata, ma ci deve essere un modo per farla che non implichi inondare di spazzatura (e topi) la città. Nel migliore dei casi enormi sacchi gialli ti fissano laconici come per dirti: guarda che non l’ho mica scelto io di stare qui, sono anche un tipo riservato. Nel peggiore dei casi è il giorno (si avete capito bene, IL giorno perché ce n’è solo uno) della raccolta dell’umido che va beh non ve lo sto neanche a raccontare.

Arrivo ormai mesta in piazza Garibaldi e, quando non è sporca, ritrovo la mia città: bella, dinamica, viva. Tante iniziative la rendono protagonista e non da ultima quella per festeggiare il nostro incoronamento a “Città creativa per la Gastronomia”.

Poi però penso alla decadenza e all’anonimato nel panorama internazionale in cui è finito il Teatro Regio e il cuore non mi regge.

Decido che ne ho abbastanza e mi rincammino verso casa, pensierosa. Basterebbe così poco per valorizzare una città che ha già tanto dalla sua parte, ma che a colpo d’occhio da un paio di anni a questa parte ha un’innegabile aria malinconica, un’aria di antichi fasti ormai andati. Ed è così che commetto un errore imperdonabile: non guardo dove metto i piedi. Complice la fioca illuminazione  non vedo, ma so già cosa mi è successo: ho pestato una merda. Mi lascio scappare un sospiro di disappunto mentre mi guardo intorno cercando di capire chi ha visto la mia sconfitta. Posso andare tranquilla nessuno mi ha vista, attorno a me ci sono solo improvvisati ballerini di “valzer su campo minato” che schivano le merde come mine anti uomo e possono sfoggiare ormai una certa padronanza. Nel frattempo la signora con la pelliccia, ignara del mio precario stato psico-fisico, chiacchiera amabilmente al telefono mentre il povero barboncino defeca impaurito sul marciapiede. Anche lui come i sacchi della spazzatura non vorrebbe essere lì, me lo fa capire, lo perdono. Intanto nella mia mente la pelliccia della signora diventa un soffice ponte levatoio da lì a casa mia, una magica coperta per le merde e le pisciate che sono sicura sono pochi metri più avanti. Ora chi mi ridà i 45 minuti utilizzati per pulire la scarpa, il rotolo di carta igienica immolatosi per la patria, il torrente d’acqua necessario per l’operazione, il profumatore d’ambiente altrettanto vitale e l’amore per la mia città?

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